1:1 part I

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Per una geografia come lessico di intimità disperse
di Francesco Vallerani 

La concreta materialità dei paesaggi visibili, percorribili, che ospitano la complessità delle nostre esistenze, spesso ci opprime, ci spaventa, ci avvelena, ci toglie la serenità dell’abitare. Sono i normali disagi delle infinite quotidianità che si dibattono in sfondi ambientali pesantemente condizionati dalla crescita senza fine, dal perverso meccanismo del profitto mai sazio. Già al primo mattino, quando ci si avvia ai luoghi del lavoro, si entra in un meccanismo senza speranza, immersi nel brutto della città diffusa, nella rumorosa e inquinata atmosfera dei flussi pendolari, dello scorrere di immagini incorniciate dai finestrini. Lo sguardo è asfissiato dal brulicante fervore della pianura, dall’incessante morsicare delle ruspe, dall’elevarsi mai sazio di edifici, anticipato dalla selva metallica di gru, intristito per l’abbattimento degli alberi e la cancellazione dei prati, sostituiti da instancabili lottizzazioni. La poltiglia urbana è ancora più evidente di notte, con l’infinito del cielo stellato che perde la sua eterna luminosità, attenuata dal pulviscolo artificiale di luci chiare, gialle, arancioni, vibranti nella coltre umida dell’atmosfera padana.
E così, tra alti e bassi, passano le settimane, i mesi, gli anni, con lo spreco di vite grigie come il grigiore dei panorami. Il produttore consumato si adatta tra le pillole di serenità rinvenibili a stento negli spazi collettivi, sperando almeno nella dolcezza rassicurante della territorialità domestica. C’è urgente bisogno di capire, di addentrarsi tra i segni che marcano i luoghi della campagna che evolve in non città. Lo svettare rinsecchito del mais estivo colpito dalla siccità è un patetico tentativo della biodiversità asservita ai guadagni che si associa ad altre ben più solide certezze verticali che emergono dalla piatta pianura: campanili, tralicci, antenne, pali di cemento. Gli occhi, il naso e le orecchie cercano il linguaggio dei luoghi: scenari, odori e suoni possono trasmettere solo poche e scarne frasi, incapaci di narrare se non la dispersione di un antico e affettuoso legame. Gli occhi si perdono nella ricerca di trasparenze acquatiche di fossi e rogge, oggi in gran parte interrate o disseccate dal cambio climatico, o nel ricordo di una vaporosa campagna, con le siepi e i sentieri, le case contadine, coltivando la speranza di ricucire un legame spezzato. E’ un sogno breve. Un attimo di consapevole illuminazione. Il bisogno di furtive visioni necessita allora di proseguire il nomadismo o l’esplorazione per cogliere il senso dei luoghi che potrebbe nutrire l’impegno per il bene comune.

Geography as a lexicon of dispersed intimacy
Francesco Vallerani

The concrete materialism of visible, accessible landscapes – those which host the complexity of our existence – often oppresses, frightens and poisons us; denying us the chance to live serenely. They are the usual discomforts of our infinite day-to-day routines that rebound in the surrounding environments which are heavily conditioned by endless growth, and by the perverse mechanism of never-satiated profit-making. Already by early morning, when setting out for work, we enter into a hopeless mechanism. We are immersed in the ugliness of the urban sprawl, amid the noisy and polluted atmosphere made by streams of commuters, and the flow of images framed by windows.
Our view is stifled by the teaming fervour of the valley, the incessant biting of the bulldozers, the insatiable rise of buildings. It is seized by the metal forests of cranes, saddened by the felling of trees and the destruction of meadows, replaced instead by the relentless division of land. The urban crush is even more striking at night as the infinite starry sky loses its eternal brightness, dullened by the artificial dust of clear, yellow and orange lights, quivering under the damp blanket of the Po valley.
Thus, through highs and lows, the weeks, months and years pass by; with the waste of grey lives echoed by the drabness of the surroundings. The weary worker adapts himself among the pills of tranquillity scarcely found in communal areas, maintaining hope at least in the reassuring sweetness of his native land. There is an urgent need to understand, to delve among the signs that mark out the countryside places evolving into this ‘non-city’. The towering of the shrivelled heads of summer maize battered by the drought is a pathetic endeavour by nature’s biodiversity – a slave to profit-making – and may be linked to much more solid vertical certainties rising up from the flat valley: bell-towers, pylons, aerials, concrete poles. The eyes, nose and ears seek out the language of place: scenery, smells and sounds can only convey a few meagre sentences, unable to relate even the fading of an ancient and affectionate bond. The eyes get lost searching for clarity in the water of ditches and canals, now mostly filled in or parched from climate change, or remembering a misty countryside with hedges, tracks and farmhouses, all the while nurturing the hope of mending a broken bond. It is a short-lived dream. A moment of conscious enlightenment. The need for secretive visions requires a nomadic journey or exploration to gather together a sense of place that could nourish a commitment for the common good.