nordest graffiti

Davanti alla fotografia di un bel paesaggio o, se preferite, davanti a una bella fotografia di un bel paesaggio, mi capita di fermarmi a pensare: «ma non sarà che la fotografia risulta piacevole perché, semplicemente, mostra l’immagine di una bella cosa?» C’è questo bel paesaggio e, certamente, un paio di accortezze tecniche del fotografo, ma la sostanza di ciò che comunica e rappresenta non potrebbe stare proprio lì? In ciò che si mostra? 

Davanti a quella foto immagino l’autore dello scatto come un fotografo-cacciatore-raccoglitore, un umile riproduttore di quello che c’è, un tassodermista del ready-made. 

Così, fotografando un bel tramonto avremo una bella foto di un tramonto? Probabile [dico io] e se fotografassimo un’ imponente montagna avremo quindi una fotografia che esprime sontuosità? Sì, credo sia uno dei risultati più prevedibili.  Volendo vedere così le cose, l’autore o gli autori, appaiono (se appaiono), come un dettaglio trascurabile, una piccola barchetta a remi in mezzo alle onde di un oceano di belle immagini. 

Forse è stato anche per il desiderio dei fotografi di rimettersi al centro della questione, di puntare nuovamente l’attenzione verso l’atto del fotografare che, negli ultimi decenni, si è fatto un gran vezzo di immortalare cose brutte per ricavarne delle belle foto: foto-grafie di immondizia, reportage del degrado o esposizione di angoli bui che normalmente non meriterebbero attenzione. A questo punto, spesso senza soluzione di continuità, nel fluire delle immagini che mi si rovescia addosso, passo dal pormi domande di fronte a quel bel paesaggio al ritrovarmi rigido davanti alla foto flashata di uno sputo sopra una mattonella e, quel pensiero iniziale che mi interrogava sul senso del riprodurre la bellezza, diventa l’idea che, col nobile fine di rinsaldare il rapporto tra autore ed opera, la fotografia stia naufragando nel mare della riproduzione ossessiva di roba brutta che vorremmo solo tenere a debita distanza, una sorta di nuova estetica dell’esotico o, come mi piace definirla, l’allegoria del rifiuto.

Allora ho provato anch’io ad aggirarmi in zone dimenticate, in posti indicati come degradati o, nella migliore delle ipotesi, in via di valorizzazione, per inquadrare, selezionare e trasformare la merda in arte (o almeno in una bella fotografia) ma, per quanto mi sforzassi, i tentativi non coprivano l’odore originale, metaforicamente parlando, mi trovavo sempre davanti a fotografie di merda (merda come complemento oggetto, ma anche no).

Non riuscendo però ad andare oltre e ritrovandomi a un punto morto della questione, che lascio volutamente aperto, mi limiterò a intendere la cosa così: se poniamo come assioma che una fotografia di una cosa bella ha buone possibilità di essere una bella foto (non ho detto interessante od originale), così, semplicemente per merito di ciò che mostra, allora potremo asserire che se invece la foto è orrenda allora buona parte del demerito andrebbe a ricadere sul soggetto ritratto e non sull’autore. 

Insomma potrete anche dire che queste foto-grafie fanno schifo, ma allo stesso tempo non potrete asserire con altrettanta sicurezza che sia tutta e solo colpa mia, prendetevi le vostre responsablità di osservatori una buona volta.​

Nordest Graffiti is a photographic research work that engages with ‘cut scenes’ outside main narratives, breaking up the play, and not worthy of being ‘shared’. It explores spaces and gestures taking place far away from massive social

concentration, big cities, monumental landscapes and usual spotlights. Thae resulting pictures are a collection of scraps, offcuts of the stories we tell ourselves and others in order to generate consensus and attract love (or ‘likes’?). 

Being able to give yourself pause for thought will be soon considered a luxury, because if you really could do that you would realise how your life is different from its representation. The era of social forums is swallowing lives and spewing endless film montages made of highlights of small ordinary moments painted as principal scenes. Everything in between - the empty spaces separating a selfie from another - becomes nothing. Just as in a network where only hub count, the interconnecting space is forgotten, abandoned. We are given ourselves the illusion of living a life as if it were a movie, an uninterrupted flow of famous scenes, selected moments, without any waste of time or space, an artificial and selective memory aimed at tamper with existence in order to follow the aesthetic new rules of ‘social media sharing’.

This virtual lattice is specular to the shape of contemporary ‘Spread cities’, a tentacular form of urbanisation where villages and rural areas around the main centres become part of the urban tissue with low-density housing and infrastructures. Nordest Graffiti is a photographic research that tries to explore those almost empty spaces as cut scenes which appears not worthy of being "shared", far from the main hub and human concentration in big cities, far from mass meetings or huge infrastructures. Nordest Graffiti proposes a collection of production scraps, discarded pieces of a catchy movie made to be popular but resulting in a surrogate for our need of ‘being liked’.

Wandering through the forgotten areas of everyday life first in the suburbs of the north-east of Italy and then in the periphery of many other cities (northern Europe and metropolitan Latin America). I shoot the silence of the daily engagement of anonymous bodies with urban outskirts. Offstage, it is in their performance of the ordinary that I look for beauty, framing the leftovers of daily life